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Un pò di storia della stupenda città di Taranto

Le sue origini, secondo un'antica leggenda, risalgono a corca 1200 anni prima della fondazione di Roma, quando Tiras (o Taras) figlio di Nettuno, approdò nei pressi dell'attuale città, ove é oggi la foce del fiume Tara.

Fu un'antica metropoli che contava circa trecentomila abitanti e accumulava ricchezze immenze per la feracità del suolo, per gli attivi commerci, per le celebri industrie dell'aureo bisso e della meravigliosa porpora e per le sue famose scuole filosofiche.
La storia di Taranto é ricca di vicende belliche...
La cronologia tradizionale, assegna la data della fondazione di Taranto al 706 a.C.. Le fonti tramandate dallo storico Eusebio di Cesarea, parlano del trasferimento di alcuni coloni Spartani in questa zona per necessità di espansione o per questioni commerciali. Questi, distruggendo l'abitato indigeno, portarono una nuova linfa di civiltà e di tradizioni. La struttura sociale della colonia sviluppò nel tempo una vera e propria cultura aristocratica, la cui ricchezza proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostante, che venne popolato e difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati in posizione strategica.
La leggenda racconta che nell'VIII secolo a.C., l'eroe spartano Falanto divenne il condottiero dei Partheni, cioè di quel gruppo di cittadini emarginati in quanto figli illegittimi dell'aristocrazia al potere nella città di Sparta. Consultando l'Oracolo di Delfi prima di avventurarsi per mare alla ricerca di nuove terre, apprese che sarebbe giunto nella terra di Saturio ("Popolate la grassa terra degli Iapigi e siate la loro rovina"), e che avrebbe fondato una città nel luogo in cui egli avesse visto cadere la pioggia da un cielo sereno e senza nuvole (in greco ethra). Falanto si mise in viaggio, fino a quando giunse nei pressi della foce del fiume Tara. Addormentatosi sul grembo della moglie, ella cominciò a piangere a dirotto, ripensando all'oscuro responso dell'Oracolo e alle difficoltà sopportate, bagnando con le sue lacrime il volto del marito. L'oracolo si era avverato, una pioggia era caduta su Falanto da un cielo sereno: le lacrime della moglie Ethra. Sciolto l'enigma, l’eroe si accinse a fondare la sua città a cui diede il nome di Saturo, cioè "città dedicata a Sat" (Sat-Ur).
Un’altra versione sull'origine di Taranto, farebbe risalire la nascita della città a 2000 anni prima di Cristo, ad opera di Taras, uno dei figli di Poseidone. Taras sarebbe giunto in questa regione con una flotta, approdando presso un corso d'acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome (il fiume Tara). Sempre secondo la leggenda, Taras avrebbe edificato non solo la città che ugualmente da lui avrebbe preso il nome (appunto Taras, poi divenuta Taranto), ma anche quella che egli dedicò a sua moglie Satureia che chiamò Saturo. Un giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi. L'antica Taranto ebbe un grande culto per il dio Poseidone e naturalmente nella città, non poteva non essere eretto un tempio dedicato a questa mitica divinità.
Nel secondo millennio a.C., giunsero dall'interno ma anche dal mare delle colonie Arii, le quali, attratte dalla particolare conformazione della costa, costruirono le loro case su palafitte. A poco a poco gli Arii riuscirono a sottomettere le popolazioni locali ed a controllare tutto il territorio. In questo periodo la città cambiò nome, assumendo appunto il nome di Taras, dal mitico figlio di Poseidone.

Geografia
Taranto si affaccia sul Mar Ionio ed è definita la "città dei due mari", il Mar Piccolo ed il Mar Grande: il Mar Piccolo è separato dal Mar Grande da due penisole che lo chiudono a golfo, orientate entrambe verso un'isola che costituisce il nucleo originale della città, e collegate ad essa tramite due ponti: il Ponte di Porta Napoli ed il Ponte Girevole sul canale navigabile del prospiciente Castello Aragonese.
Il Mar Grande, chiamato più frequentamente "rada" in quanto vi sostano le navi in attesa, è separato dal Mar Ionio dalle Isole Cheradi di San Pietro e San Paolo e da Capo San Vito.
Il Mar Piccolo è da considerarsi un mare interno, pertanto presenta problemi di ricambio idrico. I suoi due seni sono idealmente divisi dal Ponte Punta Penna Pizzone, che congiunge Punta Penna con Punta Pizzone. Il primo seno ha la forma di un triangolo grossolano, i cui vertici meridionali sono rappresentati dall'apertura ad est sul secondo seno, e dall'apertura ad ovest sul Mar Grande tramite il canale di Porta Napoli; il secondo seno ha invece una forma ellittica, il cui asse maggiore misura quasi 5 Km in direzione sud/ovest-nord/est.
Sia i venti che le maree, insieme alle sorgenti sottomarine con diversa salinità, condizionano l'andamento delle correnti di tipo superficiale e di tipo profondo tra i due seni del Mar Piccolo ed il Mar Grande. Nella parte settentrionale di entrambi i seni, sono localizzate alcune sorgenti sottomarine chiamate citri, che apportano acqua dolce non potabile mista ad acqua salmastra, donando alle acque del mare una condizione idrobiologica ideale per la coltivazione dei mitili, comunemente chiamati "cozze". Nel primo seno inoltre, sfocia il fiume Galeso.
La città si è sviluppata lungo tutte le coste menzionate; il Borgo Antico si trova sull'isola, la penisola ad est ospita il quartiere Borgo, attuale centro della città, nonchè i quartieri Italia-Montegranaro, Salinella, Solito-Corvisea, Tre Carrare-Battisti, Talsano-San Donato, San Vito-Lama-Carelli e costituisce l'attuale asse di sviluppo della città. La penisola ad ovest, invece, ospita il quartiere Tamburi-Croce, nonchè la zona industiale ed il porto commerciale. Più decentrato a nord del Mar Piccolo, si trova il quartiere Paolo VI.
Lo sviluppo della città lungo le penisole è iniziato verso la fine del XIX secolo; in precedenza, infatti, la città era arroccata sull'isola. Questo è particolarmente osservabile considerando gli aspetti urbanistici della città; nella città vecchia si ha un intrico di vicoli, derivanti dalla costruzione di abitazioni quanto più possibile addossate per sfruttare tutto lo spazio disponibile e per facilitare la difesa in caso di invasioni, mentre nella città nuova prevale un ordinamento più razionale, quasi a pianta "ippodamea", modificata successivamente in una conformazione "a ventaglio".
                                                                                                                                                                             L'età Ellenistica
Intorno al 500 a.C. la città era governata da un istituto di tipo monarchico; è noto infatti un re tiranno di nome Aristophilides ed una conflittualità politica tale da far ricordare un gran numero di esuli. Continue aggressioni venivano portate avanti ai danni dei vicini Peuceti e Messapi, fino al 473 a.C., quando la città subì una tale sconfitta da parte degli Japigi, da indurre lo storico greco Erodoto ad annoverarla tra le più gravi sconfitte inflitte a popolazioni di stirpe greca. Questo evento provocò la crisi della classe aristocratica al potere, che non poté opporsi ad una rivoluzione istituzionale di tipo democratico, in quanto decimata dalla guerra.
Nella prima metà del V secolo a.C. la città subì una profonda trasformazione urbanistica. Si costruì infatti una nuova cinta difensiva e si ampliò la superficie monumentale, che raggiunse il suo culmine con la costruzione di un imponente tempio dorico sull'Acropoli. La democrazia tuttavia, non arrestò la politica aggressiva nei confronti del mondo esterno. Tra il 444 a.C. ed il 433 a.C., la città ingaggiò una guerra per il possesso della Siritide con la colonia panellenica di Thourioi, che si concluse con l’accordo per la costituzione di una subcolonia mista di Thurini e Tarantini, che prese il nome di Herakleia, in cui prevalse ben presto la componente dorica di Taranto.
Il periodo di maggiore floridezza fu vissuto dalla città durante il governo settennale di Archita, che segnò l'apice dello sviluppo tarantino ed il riconoscimento di una superiorità politica sulle altre colonie dell'Italia meridionale. Nel 302 a.C., allo scopo di frenare l'espansione della città di Taranto, i Lucani si allearono con Roma, la quale tuttavia preferì concordare la pace con la città magno-greca; nei trattati fu inclusa una clausola secondo la quale era vietato alle navi romane di spingersi più ad oriente del promontorio Lacinio.

La guerra contro Roma
Roma, desiderosa di estendere il suo dominio fino all’Adriatico, inviò una flotta nel Mar Ionio entrando nel porto di Taranto, violando il trattato con cui si impegnava a non oltrepassare con le sue navi il promontorio Lacinio (301 a.C.). Il popolo tarantino, si diresse al porto affondando alcune navi e facendo molti prigionieri tra i Romani. Nonostante l'oltraggio subito, Roma non volle cominciare un guerra che avrebbe sicuramente richiamato nella penisola milizie greche o cartaginesi, pertanto inviò nella città come ambasciatore Lucio Postumio, per chiedere con fermezza la restituzione delle navi e dei prigionieri catturati. Ma i Tarantini reagirono alla minaccia proferita invitando l'ambasceria ad abbandonare subito la città, e si racconta che in quell'occasione un uomo di nome Filonide imbrattò la toga di Postumio, il quale così ammonì la popolazione: "Per lavare questa macchia spargerete una gran quantità di sangue e verserete molte lacrime". Tutto questo fu il pretesto affinché la guerra venisse dichiarata nel 281 a.C.
Taranto per resistere alla potenza di Roma, strinse un’alleanza con Pirro, Re dell'Epiro e nipote di Alessandro Magno, il quale inviò il suo luogotenente Milone con un esercito di circa 30.000 uomini e 20 elefanti, ma obbligò anche i Tarantini validi ad arruolarsi. Gli scontri tra epirei e romani furono sempre durissimi; gli elefanti di Pirro atterrivano i legionari romani che mai prima di allora avevano visto animali così imponenti, ed erano perciò costretti a ritirarsi. La più famosa battaglia di Heraclea (280 a.C) costò 7.000 morti, 2.000 prigionieri e 15.000 feriti ai romani, mentre 4.000 morti e un gran numero di feriti si contarono tra i greci. Nonostante le iniziali vittorie, Pirro non abbandonò mai il desiderio di concludere trattative di pace, consapovole della potenza dei suoi avversari. Nel frattempo i romani, avendo appreso che gli elefanti si spaventavano alla vista del fuoco, avevano appositamente costruito dei carri armati con all'estremità dei bracieri.
Col passare del tempo, le sorti delle battaglie si spostarono sempre più a favore di Roma, tanto che Pirro decise di stipulare un trattato con cui si impegnava a lasciare l'Italia a patto però che si lasciasse tranquilla Taranto. Tuttavia Roma tornò ben presto in campo contro i popoli del Mezzogiorno, e Pirro fu ben presto invitato a ritornare in Puglia da messi inviati dall'Italia meridionale. Le sconfitte di Pirro furono questa volta molto più incisive rispetto al passato, tanto che dopo la disfatta di Malevento si ritirò in Grecia (dove morì poco dopo), lasciando a Taranto una piccola guarnigione comandata da Milone. I Tarantini allora chiamarono una flotta cartaginese a sostegno, affinché li aiutasse a liberarsi del presidio epirota.
Per tutta risposta Milone consegnò la città al console romano Papirio, e così Taranto cadde in potere dei romani. Papirio fece smantellare le mura della città, le impose un tributo di guerra e gli sottrasse tutte le armi e tutte le navi. Tutto ciò che ornava Taranto (statue dell'arte greca, oggetti preziosi , pregevoli quadri) e qualsiasi cosa di valore, fu inviato a Roma, insieme ai matematici, ai filosofi, ai letterati, tra cui Livio Andronico, che tradusse dal greco l'Odissea per far conoscere ai romani l'Epica greca. Roma si astenne dall’infiggere a Taranto punizioni, e mise la città nel novero delle alleate, proibendole però di coniare moneta.
Nel 123 a.C. Caio Gracco istituì una colonia romana nel territorio confiscato dallo stato romano. Dopo l'89 a.C., la comunità greca e la colonia romana confluirono in un'unica struttura amministrativa, il cosiddetto "municipium", segnando l'omologazione completa di Taranto nell'Impero Romano.
Nell'occasione della stipula di uno storico patto tra Augusto e Marco Antonio nel 37 a.C., la città venne fornita di un acquedotto e di un anfiteatro. Il I secolo a.C. fu caratterizzato nel complesso da una sopravvivenza difficile e solo verso la sua fine si registrò una certa ripresa. La città mantenne un buon livello di vita urbana all'epoca di Traiano, durante il quale furono costruite le terme "Pentascinenses".                                                                           
L'epoca Medioevale
Con la caduta dell'Impero d'Occidente, Taranto si avviò dopo tanto splendore verso un periodo di decadenza lungo ed inesorabile, a causa anche dello sviluppo progressivo del porto concorrenziale di Brindisi. La popolazione assistette più volte all'avvicendarsi dei Bizantini, dei Goti e dei Longobardi: Giustiniano Belisario la occupò e la ripopolò, ma Totila con i suoi goti la conquistò, creandovi un forte presidio. Il generale greco Narsete, successore di Belisario, sconfisse Totila e la rifece bizantina. Poi, nel 568 calarono i Longobardi di Alboino e la conquistarono. Nella primavera del 663 il Basileus Costante II Eraclio sbarcò a Taranto con una flotta, e strappò ai Longobardi la città, le Murge, il Salento e il Gargano. Tornato l'Imperatore a Costantinopoli, i Longobardi ripresero la lotta, prima col duca Grimoaldo, e poi con il di lui figlio Romoaldo, che nel 686 riconquistò Taranto e Brindisi. Attorno al 700 iniziarono le scorrerie dei berberi, che dureranno fino all'anno mille.
L'inizio del IX secolo fu caratterizzato dalle lotte intestine che indebolirono il potere longobardo. Nel 840 un principe longobardo di Benevento fu tenuto prigioniero a Taranto, ma alcuni suoi sostenitori lo liberarono, portandolo a Benevento e proclamandolo principe. Nel frattempo i berberi occuparono la città, e Taranto diventò una importante base navale e militare araba, dalla quale partirono navi cariche di prigionieri destinati al mercato degli schiavi. Una flotta araba sconfisse davanti a Taranto nell'840 una flotta veneziana di 60 navi, organizzata dall'imperatore Teofilo II, e risalì l'Adriatico saccheggiando le città costiere. Nell'850 quattro colonne saracene partirono da Taranto e Bari per saccheggiare Campania, Puglia, Calabria, Abruzzo e Molise. Ancora, nell'854, da Taranto partì una spedizione guidata da Abbas-Ibn-Faid che saccheggiò la provicia di Salerno. Nell'871, e poi nell'875, Taranto accolse le truppe saracene destinate al saccheggio della Campania e della Puglia.
Nell'880 l'Imperatore Basilio I il Macedone decise di sottrarre agli arabi le terre pugliesi, e inviò due eserciti guidati dai generali Procopio
 e Leone Apostyppes, e una flotta al comando dell'ammiraglio Nasar. Bloccata la via del mare dalla flotta bizantina, gli arabi al comando di Othman vennero sconfitti, e dopo quaranta anni Taranto venne sottratta al dominio saraceno. Tra i primi atti del governo bizantino del generale Apostyppes vi fu la riduzione in schiavitù degli abitanti di origine latino-longobarda, ormai convertiti ai costumi islamici, e l'arrivo di coloni greci per ripopolare la città. Nel 922 la città continuò a subire le incursioni saracene.

Il Principato di Taranto
Il 15 agosto 927, i Saraceni guidati dallo slavo Sabir, distrussero definitivamente la città greco-romana, infierendo contro i cittadini e massacrandoli senza pietà, deportando come schiavi in Africa tutti i superstiti. Pochi scamparono alla morte cercando rifugio nelle Murge. Solo dopo quarant'anni, nel 967, l'Imperatore bizantino Niceforo Foca, giustamente considerato il secondo fondatore di Taranto, cedendo alle reiterate pressioni dei superstiti, s'interessò alla città decidendo di ricostruirla, facendo così nascere l'odierno Borgo Antico. Spazzò via le rovine della vecchia città e dell'acropoli, abbassò il livello della città lungo il Mar Piccolo per facilitare il lavoro dei pescatori, costruì un ponte su sette arcate e ricostruì l'antico acquedotto romano del Triglio, che proprio attraverso il ponte, convogliava nella città le acque delle vicine Murge. I pescatori che erano emigrati, cominciarono a rientrare fiduciosi ed a popolare la zona spianata sul Mar Piccolo.
Nel 977 Taranto subì nuovamente l'attacco dei saraceni guidati da Abn'l-Kàsim, che depredò la città e fece numerosi prigionieri, bruciando alcuni quartieri. Nel 982 Taranto fu base di partenza dell'esercito imperiale guidato da Ottone II, che venne poi sconfitto dai saraceni di Abn'l-Kàsim nella battaglia di Stilo.
Conquistata dai Normanni, Roberto il Guiscardo costituisce il Principato di Taranto nel 1085. Successivamente arrivarono gli Svevi e l’Imperatore Federico II, che nominò Principe di Taranto suo figlio Manfredi. Ma nel 1266 Manfredi viene sconfitto a Benevento da Carlo I d'Angiò, e la città passa quindi ai Francesi ed affidata al Principe Filippo d'Angiò. A quest’ultimo si deve lo sviluppo della città di Martina Franca (TA) nei primi anni del '300: infatti ampliò il villaggio di profughi Tarantini nato nel X secolo con il nome di San Martino, concedendo diritti e franchigie a quanti fossero venuti ad abitarlo. Intorno al 1380
, Raimondello Orsini Del Balzo, figlio di Niccolò Orsini, ritorna dall’Oriente ed occupa alcune terre appartenenti al padre stesso. Alleandosi con Luigi I d’Angiò, riesce ad ottenere da Niccolò i beni che gli spettavano per eredità, e sempre su consiglio dell’angioino, sposa nel 1384 la Contessa di Lecce Maria d'Enghien. Con questo matrimonio, diventa uno dei più potenti feudatari del Mezzogiorno. A lui si deve la costruzione della "Cittadella" realizzata nel 1404, una massiccia torre quadrata e fortificata che vigilava l'ingresso in città dal Ponte di Porta Napoli. Nel frattempo gli Angioini erano stati definitivamente sconfitti nel 1399. Dopo la morte di Raimondello nel 1406, suo figlio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo diviene Principe di Taranto nel 1414. Nel 1463 il Principato di Taranto viene annesso al Regno di Napoli, entrando così a far parte del regno aragonese. A causa delle costanti minacce portate dai Turchi e dai Veneziani, gli Aragonesi decisero di fortificare la città, costruendo il Castello Aragonese ed il suo fossato.

Il dominio Spagnolo
Nel 1495, Carlo VIII di Francia costringe alla fuga le truppe Aragonesi, entrando senza difficoltà in città e impadronendosi del castello. Ma nel mese di ottobre dello stesso anno, Don Cesare d'Aragona mette sotto assedio Taranto per circa un anno e mezzo, costringendo questa volta i Francesi alla resa. Per riconquistare il consenso del popolo tarantino furono concessi alcuni benefici, e la stessa Regina Isabella I di Castiglia, moglie di Ferdinando II d’Aragona, partecipò ai sontuosi festeggiamenti organizzati nel castello ed in città.
Il 10 Agosto 1497 viene incoronato Re di Napoli Federico III d'Aragona, ed il 1 marzo 1502, l'appena dodicenne Ferdinando dovette cedere all’assedio degli Spagnoli capitanati da Consalvo di Cordova il Gran Capitano, che nel frattempo avevano ripreso a combattere gli Aragonesi. La popolazione si arrese a condizione di lasciar libero il giovane principe aragonese, ma essi non tennero fede al giuramento e lo mandarono invece prigioniero in Spagna. Taranto segue le sorti di tutta l'Italia Meridionale, cadendo sotto il dominio spagnolo e diventando città demaniale.
Nonostante la mancanza di fondi, si decise di fortificare la città, mentre lungo tutta la costa del Mar Grande si costruirono numerose torri costiere di avvistamento. Il pericolo rappresentato dai Turchi infatti, non cessò mai di venir meno: per circa sei mesi nel 1554, essi stazionarono indisturbati nelle Isole Cheradi, e approfittando della momentanea debolezza degli Spagnoli, tentarono più volte di attaccare il castello, ma furono prima respinti e poi definitivamente sconfitti dal popolo tarantino nei pressi del fiume Tara.
Nel 1647, in concomitanza con i moti di Napoli, il Re Filippo IV pretese l’arruolamento dei giovani di circa 18 anni. Scoppiò allora anche a Taranto una rivolta popolare guidata da Giandonato Altamura, sedata grazie all’intervento del Duca Caracciolo di Martina Franca, al quale gli Spagnoli avevano chiesto aiuto: Caracciolo fece finta di attaccare Taranto dalla parte del Ponte di Porta Napoli, ma la maggior parte del suo esercito attraversò il Castello Aragonese dalla parte opposta, attraverso la "porta Paterna" aperta dagli Spagnoli, e potè così sorprendere il popolo in rivolta alle spalle. Altamura si arrese e fu condannato all’impiccagione su un torrione del castello. Dalla seconda metà del '600, la Spagna comincia ad interessarsi maggiormente alle sue colonie dell’America centro-meridionale dalle quali ricavava oro e argento, tralasciando invece quelle del Mediterraneo.

Il Risorgimento
Agli inizi del '700, con l’arrivo a Napoli degli Austriaci, i Tarantini accolsero con entusiasmo la notizia dell’insediamento degli Asburgo
 presso il castello. Tuttavia nel 1734, gli Spagnoli rioccuparono Napoli con Carlo III di Borbone, e venne nominato Regio Governatore e Castellano il Sindaco di Taranto Galeota, titolo che dopo pochi mesi passò al Duca Petraccone Caracciolo. In quegli anni le fortificazioni della città sono in completo stato di abbandono: solo infatti nel 1755 si cominciò a riparare il Castello Aragonese, mentre nel fossato che si estendeva dalla Torre Sant'Angelo alla Torre della Bandiera, si realizzò un giardino con alberi da frutto. Qualche anno dopo, il nuovo Arcivescovo di Taranto Monsignor Capecelatro, cominciò a raccogliere presso la sua villa i numerosi reperti archeologici sparsi per la città, tentando così di fondare un primo museo.
Passata successivamente ai Borboni e incorporata nel Regno delle Due Sicilie, Taranto aderì nel 1799 alla Repubblica Partenopea, fino al ritorno al potere del Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone. Fu comunque nel periodo napoleonico, e grazie all’opera di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat, che la città riacquistò importanza marittima e militare. Furono infatti costruite nuove caserme e fortificazioni, come il "Forte Laclos" sull'isola di San Paolo nel Mar Grande. Con il ritorno dei Borboni, che non le attribuirono mai l'importanza che meritava, Taranto conobbe nuovamente un lungo periodo di abbandono, fino quando le truppe di Giuseppe Garibaldi la liberarono nel 1860.
Con l'incorporazione di Taranto nel Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia avvenuta nel 1861, i Tarantini Cataldo Nitti e Nicola Mignogna si adoperarono per il suo rilancio sia marittimo che militare, contribuendo a far assumere alla città una nuova fisionomia. Viene infatti istituita la Base Navale con l'Arsenale Militare Marittimo, viene abbattuta la parte occidentale del Castello Aragonese e trasformato l'antico fossato in un canale navigabile, le cui due sponde opposte saranno congiunte dal Ponte Girevole, dando finalmente inizio all'espansione oltre il canale con nuove costruzioni edilizie. Le spedizioni coloniali in Africa decise dall'Italia, furono vissute dalla città come grande opportunità economica, soprattutto in virtù della crisi che l'industria dei mitili e delle ostriche attraversò per via dell’epidemia di colera del 1910.

Le guerre mondiali
Nel 1915 scoppiò la I Guerra Mondiale, e Taranto assunse un ruolo di primo piano con il suo Arsenale Militare Marittimo e con i nuovi Cantieri Navali Franco Tosi, per la riparazione e la costruzione delle navi da guerra. Gli operai furono di conseguenza pagati meglio, ed il transito delle migliaia di soldati diretti al fronte migliorò le condizioni economiche dei commercianti, ma la guerra portò con se anche un aumento dell'inflazione ed una diminuzione del potere di acquisto degli stipendi, al punto tale che la Marina Militare dovette provvedere al razionamento ed alla distribuzione dei generi alimentari. La guerra vera e propria fu però vissuta dalla città solo nella notte del 3 agosto 1916, quando un attentato fece esplodere la nave militare Leonardo da Vinci. Alla fine della guerra, le condizioni economiche si rivelarono drammatiche, aggravate nel 1920 dalla chiusura dei Cantieri Navali. Il disagio economico scatenò inevitabilmente numerose dimostrazioni di protesta che sovente si conclusero con scontri violenti tra dimostranti e Polizia.
L'ascesa al potere di Benito Mussolini ed il Fascismo, condussero alla ripresa dei lavori nell’Arsenale Militare Marittimo e nei Cantieri Navali, per la riparazione e la costruzione delle navi destinate alle guerre coloniali, e ad un nuovo sviluppo della città dal punto di vista ubanistico. Nel 1929 si diede inizio alla demolizione del teatro "Alhambra" ed alla costruzione sulle sue macerie del Palazzo del Governo, inaugurato dallo stesso Benito Mussolini nel 1934. Furono inoltre costruite numerose case di edilizia popolare nel Borgo Antico, nuovi stabilimenti balneari sorsero sul lungomare, e nella centrale Piazza della Vittoria venne costruito il Monumento ai Caduti della I Guerra Mondiale.
 

L' ITALIA
entra nella II Guerra Mondiale il 10 giugno 1940, e la conseguente concentrazione nel Mar Piccolo delle navi da guerra della Marina Militare, portò nuovo lavoro per l'Arsenale Arsenale Militare Marittimo, ma tutti gli altri settori economici ripiombarono nella crisi, mentre la cittadinanza abbandonò lentamente la città per timore dei bombardamenti, trovando rifugio nei paesi della provincia. La notte dell'11 novembre 1940, gli aerosiluranti partiti dalla portaerei inglese Illustrious bombardarono la flotta italiana nel Mar Piccolo, semiaffondando la corazzata Conte di Cavour, danneggiando gravemente le corazzate Littorio e Caio Duilio, e provocando 59 morti e circa 600 feriti. Solo due aerei britannici Swordfish furono invece abbattuti. Dopo questo episodio, la marina da guerra italiana dovette ritirarsi Taranto per rifugiarsi nei porti di Napoli, La Spezia e Genova, più sicuri ma più lontani dal principale teatro delle operazioni.
La caduta di Benito Mussolini ed il conseguente armistizio, portarono alla fuga delle truppe tedesche e alla presa di possesso della città da parte delle truppe alleate, che requisirono numerosi edifici pubblici per trasformarli in alloggi militari. Il 25 aprile 1945, l'annuncio della fine della guerra comunicato nella centrale Piazza della Vittoria, segnò l'inizio di una nuova era.

Taranto, Tra Mare Grande e Mare Piccolo, continua la sua vocazione marinara, anche se nelle acque dell'antica laguna, tagliata in due dalla penisola della Penna.
Oltre la cerchia della città vecchia, fatta isola dal canale artificiale sormontato dall'ormai celebre ponte girevole, una città nuova è in progressivo sviluppo, e anzi è ormai la Taranto più rappresentativa della realtà contemporanea, con la città medievale a fare da trait d'union all'appendice industriale.
Sorge a 15mt. sul livello del mare e gode di una posizione incantevole nello Jonio.